Go Nagai's original artworks: la "Divina Commedia"
a cura di: Fa.Gian.Nel 1991, Go Nagai diede alle stampe la versione a fumetti della Divina Commedia.
Grande estimatore di Dante Alighieri (l'opera del sommo poeta lo colpì a 10 anni, indirizzando tutta la sua vita artistica) e dell'illustratore Gustave Dorè, ha realizzato un sunto fedelissimo diviso in appena due volumi.
L'attenzione del padre di Devilman e Mao Dante si concentra soprattutto sulle cantiche dell'Inferno e del Purgatorio, lasciando solo qualche pagina per il troppo astratto Paradiso.
A tutti coloro che lamentano la scarsa accuratezza anatomica dei disegni del Maestro, questo manga offre di che ricredersi.
Riproponendo lo stile delle incisioni ottocentesche dell'illustre artista francese, assistiamo al viaggio nell'aldilà attraverso una selezione di immagini che, quando non sono una esplicita citazione, almeno mantengono inalterato lo spirito evocativo proprio dei lavori di Dorè.
Nella prima tavola il sommo poeta viene posto di fronte alla richiesta, da parte di Beatrice e per bocca di Virgilio, di intraprendere il viaggio nei tre regni dell'aldilà. A mio modesto parere, i dubbi e le angosce che tormentano Dante nella prima vignetta di pagina 35 sono un autentico capolavoro. L'immagine è realizzata tutta con appropriate pennellate di china ed evidenziata da un accurato uso del retino, ma basta pensare che con quella sola immagine, Nagai ha sintetizzato ben 32 terzine (10-42) per concordare che ci troviamo di fronte a un lavoro eccezionalmente curato.
Le terzine illustrate da queste vignette sono tratte dal canto II dell'Inferno, terzine 1-48:
"Lo giorno se n'andava, e l'aere bruno
toglieva li animai che sono in terra
da le fatiche loro; e io sol uno
m'apparecchiava a sostener la guerra
sì del cammino e sì de la pietate,
che ritrarrà la mente che non erra.
O muse, o alto ingegno, or m'aiutate;
o mente che scrivesti ciò ch'io vidi,
qui si parrà la tua nobilitate.
Io cominciai: «Poeta che mi guidi,
guarda la mia virtù s'ell' è possente,
prima ch'a l'alto passo tu mi fidi.
Tu dici che di Silvïo il parente,
corruttibile ancora, ad immortale
secolo andò, e fu sensibilmente.
Però, se l'avversario d'ogne male
cortese i fu, pensando l'alto effetto
ch'uscir dovea di lui, e 'l chi e 'l quale
non pare indegno ad omo d'intelletto;
ch'e' fu de l'alma Roma e di suo impero
ne l'empireo ciel per padre eletto:
la quale e 'l quale, a voler dir lo vero,
fu stabilita per lo loco santo
u' siede il successor del maggior Piero.
Per quest' andata onde li dai tu vanto,
intese cose che furun cagione
di sua vittoria e del papale ammanto.
Andovvi poi lo Vas d'elezïone,
per recarne conforto a quella fede
ch'è principio a la via di salvazione.
Ma io, perché venirvi? o chi 'l concede?
Io non Enëa, io non Paulo sono;
me degno a ciò né io né altri 'l crede.
Per che, se del venire io m'abbandono,
temo che la venuta non sia folle.
Se' savio; intendi me' ch'i' non ragiono».
E qual è quei che disvuol ciò che volle
e per novi pensier cangia proposta,
sì che dal cominciar tutto si tolle,
tal mi fec' ïo 'n quella oscura costa,
perché, pensando, consumai la 'mpresa
che fu nel cominciar cotanto tosta.
«S'i' ho ben la parola tua intesa»,
rispuose del magnanimo quell'ombra,
«l'anima tua è da viltade offesa;
la qual molte fïate l'omo ingombra
sì che d'onrata impresa lo rivolve,
come falso veder bestia quand' ombra...»".
Nella seconda tavola è possibile osservare lo scontro con il mostruoso Cerbero, il guardiano del girone dei golosi.
Accanto alle dinamiche impostazioni delle tavole troviamo un Cerbero che molto poco ha di stile giapponese.
Le terzine illustrate da queste vignette sono tratte dal canto VI dell'Inferno, terzine 22-33:
"Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,
le bocche aperse e mostrocci le sanne;
non avea membro che tenesse fermo.
E 'l duca mio distese le sue spanne,
prese la terra, e con piene le pugna
la gittò dentro a le bramose canne.
Qual è quel cane ch'abbaiando agogna,
e si racqueta poi che 'l pasto morde,
ché solo a divorarlo intende e pugna,
cotai si fecer quelle facce lorde
de lo demonio Cerbero, che 'ntrona
l'anime sì, ch'esser vorrebber sorde."
Nella terza tavola, il cosiddetto canto degli orrori viene sintetizzato con la metamorfosi di Guercio dei Cavalcanti che scambia le fattezze con quelle di un mostruoso serpente, nel girone dei ladri. Tale e quale alla descrizione verbale di Dante, ecco comparire davanti ai nostri occhi una delle trasformazioni più inquietanti mai concepite.
Le terzine illustrate da queste vignette sono tratti dal canto XXV dell'Inferno, terzine 103-138:
"Insieme si rispuosero a tai norme,
che 'l serpente la coda in forca fesse,
e 'l feruto ristrinse insieme l'orme.
Le gambe con le cosce seco stesse
s'appiccar sì, che 'n poco la giuntura
non facea segno alcun che si paresse.
Togliea la coda fessa la figura
che si perdeva là, e la sua pelle
si facea molle, e quella di là dura.
Io vidi intrar le braccia per l'ascelle,
e i due piède la fiera, ch'eran corti,
tanto allungar quanto accorciavan quelle.
Poscia li piè di rietro, insieme attorti,
diventaron lo membro che l'uom cela,
e 'l misero del suo n'avea due porti.
Mentre che 'l fummo l'uno e l'altro vela
di color novo, e genera 'l pel suso
per l'una parte e da l'altra il dipela,
l'un si levò e l'altro cadde giuso,
non torcendo però le lucerne empie,
sotto le quai ciascun cambiava muso.
Quel ch'era dritto, il trasse ver' le tempie,
e di troppa matera ch'in la venne
uscir li orecchi de le gote scempie;
ciò che non corse in dietro e si ritenne
di quel soverchio, fé naso a la faccia
e le labbra ingrossò quanto convenne.
Quel che giacëa, il muso innanzi caccia,
e li orecchi ritira per la testa
come face le corna la lumaccia;
e la lingua, ch'avëa unita e presta
prima a parlar, si fende, e la forcuta
ne l'altro si richiude; e 'l fummo resta.
L'anima ch'era fiera divenuta,
suffolando si fugge per la valle,
e l'altro dietro a lui parlando sputa."
Nella quarta tavola assistiamo al supplizio degli scismatici, la potenza delle tavole è tale da lasciare sbalorditi; la cura dei dettagli, la tridimensionalità e profondità delle figure, appare sconosciuta in opere più recenti.
Le terzine illustrate da queste vignette sono tratti dal canto XXVIII dell'Inferno, terzine 1-45:
"Chi poria mai pur con parole sciolte
dicer del sangue e de le piaghe a pieno
ch'i' ora vidi, per narrar più volte?
Ogne lingua per certo verria meno
per lo nostro sermone e per la mente
c'hanno a tanto comprender poco seno.
S'el s'aunasse ancor tutta la gente
che già, in su la fortunata terra
di Puglia, fu del suo sangue dolente
per li Troiani e per la lunga guerra
che de l'anella fé sì alte spoglie,
come Livïo scrive, che non erra,
con quella che sentio di colpi doglie
per contastare a Ruberto Guiscardo;
e l'altra il cui ossame ancor s'accoglie
a Ceperan, là dove fu bugiardo
ciascun Pugliese, e là da Tagliacozzo,
dove sanz' arme vinse il vecchio Alardo;
e qual forato suo membro e qual mozzo
mostrasse, d'aequar sarebbe nulla
il modo de la nona bolgia sozzo.
Già veggia, per mezzul perdere o lulla,
com' io vidi un, così non si pertugia,
rotto dal mento infin dove si trulla.
Tra le gambe pendevan le minugia;
la corata pareva e 'l tristo sacco
che merda fa di quel che si trangugia.
Mentre che tutto in lui veder m'attacco,
guardommi e con le man s'aperse il petto,
dicendo: «Or vedi com' io mi dilacco!
vedi come storpiato è Mäometto!
Dinanzi a me sen va piangendo Alì,
fesso nel volto dal mento al ciuffetto.
E tutti li altri che tu vedi qui,
seminator di scandalo e di scisma
fuor vivi, e però son fessi così.
Un diavolo è qua dietro che n'accisma
sì crudelmente, al taglio de la spada
rimettendo ciascun di questo risma,
quand'avem volta la dolente strada;
però che le ferite son richiuse
prima ch'altri dinanzi li rivada.
Ma tu chi se' che 'n su lo scoglio muse,
forse per indugiar d'ire a la pena
ch'è guidicata in su le tue accuse?»".
Come antitesi a tutto ciò ecco la quinta tavola: una splendida immagine del paradisiaco cielo di Marte, nel quale trovano asilo i combattenti per la fede. Nonostante l'immagine sia, ovviamente, in bianco e nero, per la forza che sprigiona non si fatica a immaginarla soffusa di una calda luce rossa. Tutto lo stile con cui è stata realizzata ricorda molto le immagini neoclassiche della fine dell'800
Le terzine illustrate da questa doppia tavola si ispirano all'intero canto XIV del Paradiso.
