Rocky Joe: il manga

a cura di: Koji

Il manga di Ashita no Joe viene pubblicato in Giappone dal 1968 al 1973 e l'edizione in volume consta di 16 tankobon. Quest'opera è, insieme a Devilman di Go Nagai, il più significativo di tutta la storia della Kodansha. L'edizione italiana, pubblicata in 20 volumi da Star Comics (dall'ottobre 2002 al maggio 2004), ha quasi tutto ciò che un appassionato lettore di fumetti giapponesi possa desiderare: una traduzione fedele, ottime copertine, grandioso lettering e lettura originale. Peccato per i pochi redazionali: la stessa biografia di Tetsuya Chiba pubblicata per tre albi, un piccolo articolo nel primo numero e poco più. Secondo me un altro paio di articoli si potevano stampare: magari uno con le regole base della box e certamente sarebbe stato d'obbligo un articoletto con la biografia essenziale di Ikki Kajiwara... Purtroppo una bruttura va segnalata: nell'ultimo numero manca una pagina filtro tra l'ultima vignetta e la copertina. Nulla di strano se poi non avessero impresso il logo della serie italiana al disegno più importante dell'intero manga. Sigh!

vignetta tratta da una delle prime avventureCi sono due modi di scrivere una storia di sport: incentrarla quasi esclusivamente sulle prestazioni fisiche degli atleti (come nel caso di Holly&Benji) oppure incardinarla sul personaggio che lo pratica. Rocky Joe appartiene a questa seconda categoria, il suo essere atleta è secondario all'essere uomo. La cosa può anche essere scontata ma rappresenta un passaggio cruciale nel modo di intendere le storie sportive in Giappone.
L'intento degli autori era quello di creare un opera diversa da quelle che si vedevano nel dopoguerra e la loro grandezza sta nel creare una storia molto vera, dando vita ad un personaggio ineguagliabile per carattere e sensibilità. Il manga di cui vi parlo è in realtà una sorta di romanzo formativo per i ragazzi giapponesi del '68. Come dovreste sapere, il '68 fu un anno di profondi mutamenti sociali, dovuti alla volontà dei ragazzi di allora di rivoltare uno status quo nel quale non si riconoscevano. Ashita no Joe è stato scritto appunto per quegli stessi adolescenti. E' un manga di rottura totale col passato: Joe è il prototipo di quello che Chiba e Kajiwara vedevano come il ragazzo giapponese del prossimo futuro.

La fulminea esistenza di Joe Yabuki venne scritta da Asao Takamori (ovvero Ikki Kajiwara) e disegnata da Tetsuya Chiba tra il 1968 e il 1973, in un periodo di profondi mutamenti sociali. La moda del momento erano i manga sportivi, ma questo tema era diversamente utilizzato per narrare avventure di genere shojo (con protagoniste femminili), per avviare i ragazzi alla pratica di uno sport (come nel caso di Kyojin no Hoshi di Kajiwara), oppure per esaltare personaggi eroici come nel Tiger Mask dello stesso autore. Questo artista può considerarsi il papà delle serie sportive "alla giapponese" e noi italiani abbiamo imparato a conoscerlo sin dai primi anni '80 con le trasposizioni animate di suoi lavori: Hakachiki no Eleven (Arrivano i Superboys), Tiger Mask (L'uomo tigre) e Ashita no Joe (Rocky Joe). Successivamente arrivò persino il lunghissimo ma poco fortunato Kyojin no Hoshi (Tommy la stella dei Giant). Già dall'elenco di questi cartoni animati vi sarete potuti rendere conto di un elemento comune a tutte le serie...ovvero la violenza. Ovviamente questa endiade sport/violenza (che per anni ha pregiudicato la fruizione di queste serie) non corrisponde minimamente all'intenzione del loro autore che si è limitato ad applicare agli "sport occidentali" le basi di quelle attività fisiche che in Oriente si possono avvicinare al nostro concetto di sport: le arti marziali.

Ad essere obbiettivi, discipline come il karate, il kendo, lo judo e quelle da esse derivate non hanno nulla di "sportivo" (se non l'attività fisica), essendo più vicini alla filosofia ed essendo tendenti all'Ordine Interno e non alla pura competizione o al divertimento. Allo stesso modo nè il pugilato, nè la lotta libera, nè il baseball o il calcio sono discipline orientali per cui è logico che quei cartoni che ho citato prima sono solo un ibrido tra concetti orientali ed occidentali (sono solo il "loro modo di intendere i nostri sport"). Con questi presupposti non dovremmo meravigliarci se Shingo Tamai si alleni in una pozza di sangue con le catene alle caviglie o se Tommy venga costretto dal padre a crescere con una diabolica armatura indosso. Il sacrificio visto come necessario sia per il miglioramento che per la vittoria (perché l'ideale nipponico è l'opposto di quello decubertiano), la sofferenza fisica sottesa al sacrificio e la fermezza mentale che uno "sportivo" deve avere sono gli stessi della via del guerriero, così come l'onestà e il rispetto per il nemico che la cultura occidentale dovrebbe apprendere.

Asao Takamori, alias Ikki Kajiwara, creò un personaggio che non ha nulla di eroico ma che sa di sporco e di cattivo come la lotta per la fame e per la libertà. Da uno dei pochi redazionali dell'edizione italiana del fumetto apprendiamo che quando il fumetto divenne popolare, venne coniato il detto: tenere l'Asahi Journal nella mano sinistra e Shonen Magazine nella mano destra. Il detto indicava che questa storia risultava avvicente anche per le fasce d'età che più che ai fumetti erano dediti alla lettura di quotidiani. E Ashita no Joe fu davvero un fenomeno di costume tanto che, alla morte di Tohru Rikishi, si organizzò, il 21 marzo 1970, un vero e proprio funerale pubblico (a cui parteciparono circa 700 persone), il primo per un personaggio di fantasia!

Come quasi tutti i manga a lunga serializzazione lo stile del disegno e la tecnica narrativa si evolvono nel tempo. Nel caso di Ahita no Joe le differenze tra la prima e l'ultima storia (che distano di ben 6 anni) sono abbastanza marcate: il modo di Tetsuya Chiba di ritrarre i personaggi si ingentilisce (come potete vedere dalla differenza delle due vignette in questa pagina) ed anche i fondali migliorano sensibilmente ma non dal punto dell'ambientazione. Non mi sono mai spiegato se ciò dipenda dall'ascesa di Joe verso zone meno luride dei primi albi oppure se (e sarebbe un peccato) avendo raggiunto la fama, anche Tetsuya Chiba avesse perso un po' di quel tratto impreciso e sporco chevignetta tratta da una delle ultime avventure caratterizzavano le eccezionali prime avventure del nostro affezionato picchiatore.

Per gli eventi narrati vi rimando al paragrafo sulla trama della serie visto che, a parte alcune differenze, il manga e il cartone seguono gli stessi eventi. Le differenze maggiori risiedono nella prima parte della storia, soprattutto nei primissimi capitoli (ad esempio ci sono piccole differenze nel modo in cui Joe incontra Taro&soci). Altre differenze sostanziali nella prima serie non dovrebbero esserci. Posso affermare, senza timore di smentite, che l'anime di Rocky Joe sia stato fedelmente trasposto sia come storyboard che come anima.

Nella seconda serie dell'anime le cose cambiano un poco, gli sceneggiatori si prendono più di una licenza tanto che secondo me non ci può essere continuità tra le due serie. Una su tutte è la scelta di non narrare in animazione della purga a cui si sottopone Joe per perdere gli ultimi grammi prima della sfida con Max Ryan preferendo ricorrere al prelievo di sangue. Capisco che si tratta di uno dei capitoli meno "igienici" del manga ma dubito che lo staff della prima serie (gli stessi che ci hanno deliziato col "paracadute") si sarebbero rifiutati di mostrarci questa sequenza.

Tetsuya Chiba è un disegnatore notissimo in Giappone; nacque nel 1936 e, dopo aver disegnato il nostro Joe, ha dato alla luce serie di discreto successo come Ashita tenki ni naare (Tutti in campo con Lotti) e Ore wa Teppei (Io sono Teppei). Il suo stile è tale che in molti hanno colto la predilizione di Tetsuya Hara per Chiba.

tavola a colori dell'endingSu Asao Takamori abbiamo già detto che si tratta di uno pseudonimo di Ikki Kajiwara, eccezionale autore, sceneggiatore, produttore, vero motore propulsore dell'animazione giapponese degli anni '70. Scrisse (per i disegni di Naoki Tsuji) quel Tiger Mask (L'uomo Tigre) a cui si guarda come eccellente serie e in seguito il lungo Kyojin no Hoshi (Tommy la stella dei Giants).

Ashita no Joe è un manga molto profondo e simboleggia la capacità di riscatto che un uomo deve avere per essere tale. Non per niente la storia ha come titolo Ashita no Joe ovvero Joe del domani: un invito a non arrendersi mai e a pensare al domani come possibilità di riscossa. Joe è l'emblema di questo pensiero: ostinato nel ricercare la vittoria sul ring anche a costo di grandi sacrifici, capace di sollevare se stesso dalle sconfitte della vita e di dare non solo ai bambini del suo quartiere ma anche a tutti noi una speranza...anzi, Joe è la speranza stessa, la speranza nel domani.

Gli autori non potevano scegliere cornice più adatta a questa favola (se per favola si intende una storia con una morale) che la boxe, sport duro che necessita di sacrifici e allenamenti massacranti. Ma non è detto che nella vita si vinca per forza... Joe, pur sottoponendosi ad allenamenti durissimi e a privazioni materiali e spirituali, alla fine rimane sempre sconfitto dalla vita stessa. La sua unica forza rimane quella feroce volontà di rialzarsi dopo essere caduto, ed anche alla fine, pur arrendendosi ad un fato avverso, non smette mai di lottare... Una considerazione si può fare sul finale e sulla sorte che spetta ai due contendenti dell'ultimo incontro: Joe e Mendoza. Come ben saprete, Joe Yabuki morirà sul ring, ma col sorriso sul volto, contento per essere riuscito a tenere testa al campione del mondo. Il suo sorriso è il coronamento di tutta una vita passata a combattere, e in nessun altro momento della serie lo abbiamo visto così felice; sorte opposta spetta a Mendoza, che, seppur vincitore dell'incontro, viene dipinto come un vecchio, stanco, avvilito ed in realtà sconfitto... Tutto ciò significa solamente una cosa: Joe ha vinto sull'incrollabile Mendoza; il giovane ha vinto sul vecchio; il domani ha vinto sullo ieri...